La clinica degli orsi

rossana dedola clinica degli orsiLa porta del negozio si aprì di scatto e una scampanellata segnalò che era entrato un cliente. Un formicolio di nevischio andò a depositarsi sul muso degli orsachiotti che riempivano sino all’inverosimile la vetrina e una folata di vento fece ondeggiare la tenda che divideva il negozio dal retrobottega. “Arrivo subito!”.
 
Dietro la tenda il signor Gotz sollevò il piede dal pedale della macchina da cucire e preso un paio di forbici tagliò il filo. Uscì con un balzo e si tirò dietro la tenda con un colpo deciso, non voleva essere disturbato mentre ricuciva i suoi orsi e tanto meno desiderava che qualcuno buttasse l’occhio nel retrobottega. Vi regnavano un ordine e una pulizia assoluti che davano al locale un’aria completamente assetica. Non per niente l’insegna che aveva collocato sulla porta del negozio riportava la dicitura “Clinica per orsi” e lui ormai si era abituato a lavorare nel retrobottega indossando un camice verde.
 
Proprio quel giorno si era dedicato a incorniciare l’insegna con festoni di rami di abete e bacche rosse tenuti fermi da nastri dorati, e aveva faticato non poco perché l’intestazione risultasse completamente leggibile. Ora era proprio soddisfatto del lavoro, la decorazione poteva tenere testa agli addobbi del verduraio che davanti al suo negozio esponeva merce carissima, ma in pile così precise da far percepire i mandarini, i melograni, le mele e le pere come rarità assolute, e al centro aveva piazzato una corona dell’avvento in cui bruciavano protette da un alto cilindro di vetro le quattro candele, le prime tre ormai quasi consumate mentre l’ultima era ancora a metà.
 
Vedendosi comparire davanti il negoziante abbigliato come un chirurgo l’anziano signore che era appena entrato stava per indietreggiare, ma Gotz gli fece un gesto rassicurante e, mentre si liberava rapidamente dal camice, gli chiese se volesse sedersi. L’altro girò lo sguardo verso la poltrona anni quaranta di pelle nera occupata da una famiglia intera di orsetti, ma lui al volo lo prevenì: “No, per favore, non si sieda lì, è la preferita dei miei orsi”, disse, e poi con una risata aggiunse: “Sa, non è molto stabile, ma è un vecchio ricordo, ma si accomodi qui” e gli porse la sedia di vimini bianca che teneva dietro la cassa. Il vecchio si accasciò sulla sedia. Aveva un lungo cappotto nero, portava ben calcato in testa un berretto di lana grigio e stava guardando fisso il negoziante. Gotz si sentì a disagio vedendo che quegli occhi non intendevano spostarsi dai suoi. Fu lui infatti a abbassare lo sguardo che andò a posarsi sugli orsetti in costume tirolese che aveva piazzato in occasione delle festività sul tavolinetto davanti alla vetrina.
 
L’anziano cliente girò lievemente il capo soffermandosi su un orso, poi su un altro e su un altro ancora, infine con voce rauca disse: “Anni fa c’era qui la bottega di un mio amico, il macellaio Grübb. Lo ha conosciuto? Ha saputo che è morto qualche giorno fa?”. No, non lo sapeva e non lo avrebbe mai voluto sapere, da quasi vent’anni aveva rinunciato a mangiare carne e l’idea che proprio lì c’era stato un tempo un bancone con tagli sanguinolenti di manzo o   trippa e sanguinacci, gli stava facendo venire una certa nausea. Il vecchio riprese a parlare non trattenendo un accesso di tosse: “Ma non sono venuto per questo. Mio nipote ha espresso il desiderio di ricevere in regalo un orso, ma non ha saputo spiegarmi esattamente come lo voleva. Vorrei portarlo qui e vorrei sapere se può dedicargli un po’ di tempo da solo, insomma dovrebbe chiudere e non fare entrare nessuno”. Non lo farò mai, si disse fra sé Gotz, ma gli riuscì di pronunciare solo una frase: “Ma come faccio così sotto le feste…”. Nonostante l’affanno e i ripetuti colpi di tosse, il vecchio disse risoluto: “Pagherò bene, non si preoccupi. Anzi, prendo subito quel baule là in fondo, ne stavo giusto cercando uno di quelle dimensioni. Me lo potrebbe recapitare oggi a casa? Abito qui vicino.
 
Ha presente il ristorante Schwänli, sto proprio nella casa accanto”. Avrebbe dovuto dirgli di subito di no, fargli capire che non se ne parlava proprio, ma con sgomento si rese conto che l’altro era sgusciato via dal negozio lasciando accanto al registratore di cassa un biglietto con l’indirizzo. Si sentì completamente oppresso dall’idea d’aver venduto il baule contro la sua volontà e ora gli toccava pure svuotarlo. Lo aprì e spostando le buste di plastica che conteneva afferrò la più grande, ma il sacchetto gli sfuggì di mano e rovesciò sul pavimento con un rumore di biglie occhi di vetro di tutti i colori che si sparpagliarono finendo sotto il tavolino, sotto il ripiano della vetrina, sotto le sediette in miniatura su cui stava a sedere una famiglia di orsi in gonnellino scozzese. Dovette chinarsi, inginocchiarsi e strisciare per recuperarli. Mentre compiva quell’operazione si ricordò all’improvviso della testa a metà di un manzo con l’occhio ancora aperto e le ciglia molto lunghe. O era una mucca? Dove l’aveva vista? In mostra al Kunsthaus. Si mise a sedere per terra sprofondato nell’angoscia.
 
Quando si riprese andò a recuperare una scatola che teneva nell’armadio a muro del retrobottega su uno scaffale molto alto. Per arrivare sino a quell’altezza si serviva di una sedia che si trasformava in scaletta e proprio in quel momento l’aveva ribaltata per prendere la scatola, ma faticò a sollevare le braccia e dovette fare attenzione per non cadere. “Poi penserò a queste imbottiture”, si disse mentre svuotava la scatola in cui avrebbe riposto le buste con gli occhi di vetro. Il suo sguardo andò a posarsi sulla cesta delle riparazioni, una testa era praticamente staccata dal collo, un arto pendeva innaturalmente dalla spalla, un occhio era uscito dall’orbita e penzolava sorretto da un lungo filo da imbastitura, una pancia era squarciata da un taglio. Avvertì un moto di ripulsa, non per le sue creature che aspettavano la cura delle sue mani, ma pensando a che cosa era servita un tempo la sua bottega. Grübb, Grübb, Grübb, solo a pronunciare il nome dell’antico inquilino il suo negozio pezzo dopo pezzo gli stava crollando addosso. E se fosse stato come quel macellaio che per anni aveva servito ai clienti la carne dei propri vicini di casa?
 
Una zona elegante, il Neumarkt di Zurigo, affitti carissimi, prezzi alle stelle, non lontano dal suo negozio un orologiaio esponeva rari modelli da collezione sostenuti da omini di neve, un negozio di libri di viaggio con le cartine di tutto il mondo, offriva le ultime novità sulle isole più esclusive da raggiungere in pieno inverno. Una composizione di fiori rossi troneggiava accanto al mattoncino di granito che sorreggeva un’unica collana dalle pietre enormi.
 
Spingendo il carrellino su cui aveva piazzato il baule, Gotz passò davanti al ristorante dai soffitti bassissimi utilizzato da epoca immemorabile dagli studenti che vi andavano a festeggiare il superamento degli esami con Bratwurst, Rösti e fiumi di birra, lo avrebbe riconosciuto anche a occhi chiusi, ma ora trattenendo il respiro imboccò il vicoletto che portava sino alla Predigerplatz. Intanto il nevischio si stava trasformando in fiocchi di neve che cadevano sempre più fitti cominciavano a depositarsi anche sul cigno che componeva l’insegna del ristorante. La casa in cui doveva recapitare il baule era quella accanto.
 
Trovò facilmente il campanello, suonò e aspettò parecchio tempo senza che ci fosse alcuna risposta. Illudendosi di aver sentito scattare il pulsante dell’apertura, si mise a spingere il portoncino, che cedette e si aprì. Avvertì forte il profumo di bucato che proveniva dalla cantina, la Waschküche usata da tutto il condominio, un odore che pareva rassicurante, ma che invece aumentò il suo senso di nausea. Lasciò il carrellino sotto una rientranza delle scale e cominciò a salire pensando che era stata una pessima idea vendere quel baule che ora gli toccava trasportare sino al primo piano. Trovò la porta chiusa, “Ho portato il baule!”, gridò, ma nessuno rispose, poi poggiò la mano sulla maniglia e la porta si aperse. Non era stata chiusa a chiave, come in molte case di Zurigo, sapeva però che proprio per questa abitudine non si doveva assolutamente entrare senza permesso. Invece entrò. Si fermò nell’anticamera dove solo un lumino piazzato su una mensola spandeva una luce giallognola e fece parecchia fatica per adattarsi alla penombra di quella stanza. “Scusi, posso entrare?”, e intanto aveva raggiunto quello che poteva forse essere un salotto perché era anch’esso quasi al buio, il pesante tendaggio era stato tirato completamente. Lasciò lì il baule e si diresse a tentoni verso una porta chiusa da cui filtrava un po’ di luce e da cui gli era sembrato che provenissero dei rumori. Non osò bussare e accostò l’orecchio per sentire meglio.
 
Arrivava sin lì una specie di rantolo interrotto da urletti incontrollati, poi un fischio, un oggetto imprecisato trascinato sul pavimento, il rumore di qualcosa di metallico battuto ripetutamente per terra, campanelli che squillavano con timbri diversi, una scala musicale suonata su uno xilofoso e a tratti colpi di tosse non come di qualcuno che volesse schiarirsi la gola, ma che stesse proprio soffocando. E poi avvertì, non ne era completamente sicuro, un rumore che gli sembrava familiare e che lì per lì non riuscì a decifrare. Sembrava un gocciolio d’acqua, o meglio uno scrosciare insistente accompagnato da gridolini.
 
Gotz si appoggiò alla porta che proprio in quel momento si spalancò. Il vecchio lo vide barcollare verso l’interno. “Le ho portato il baule”, si giustificò, mentre l’altro allungando le mani che stringevano due bacchette di legno lo fece entrare. Su un tappetino, seduto per terra a gambe divaricate un bimbetto circondato da oggetti di tutti i tipi teneva sollevato per il manico un tegamino vuoto che lasciò cadere dentro una bacinella d’acqua. Con gli occhi rivolti verso il soffitto lo ripescò cercandolo con le mani, lo riempì e dopo averlo svuotato lo sollevò molto in alto e lo ributtò nella bacinella facendo schizzare l’acqua e accompagnando i suoi gesti con gridolini, sospiri e versi incomprensibili. L’acqua continuava a traboccare dalla bacinella bagnando il tappetino. Anche il vestito del bambino era zuppo.
 
Ora che gli occhi si erano abituati alla luce Grotz poté vedere gli altri oggetti, uno xilofono era abbandonato accanto al bimbo, la locomotiva di un trenino, il coperchio di una pentola a pressione e lì accanto la stessa pentola, piena quasi fino all’orlo d’acqua calda, come si poteva capire dal fumo che si sollevava, un cestino con una polvere bianca sparsa a metà per terra, scodelle con lenticchie e ceci da cui era fuoriuscito parte del contenuto e si era riversato sul tappetino. “È il medico degli orsi, disse il vecchio rivolto al bambino. “E questo è mio nipote Marc”. Gotz vide che il bambino volgeva la testa nella direzione della porta senza sollevare lo sguardo. “È venuto a prenderti”, disse il vecchio guardando fisso negli occhi il negoziante.
 
Era la vigilia di Natale, Niderdorf risplendeva di luci anche se i negozi erano ormai tutti chiusi. Soltanto l’insegna della Clinica degli orsi era ancora illuminata. Sprofondato nella poltrona nera un bambino accarezzava, tastava, leccava e si strusciava sul viso un esercito di orsi.  

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